Ca' Pesaro

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LA COLLEZIONE CHIARA E FRANCESCO CARRARO. Uno sguardo sul Novecento. Presenta Philippe Daverio

Evento

19 ottobre 2017
Venezia, Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna

La collezione Chiara e Francesco Carraro. Uno sguardo sul ‘900

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Un appuntamento eccezionale a Ca’ Pesaro: il 19 ottobre il professor Phillippe Daverio presenterà il volume dedicato alla collezione di Chiara e Francesco Carraro, arrivata nelle collezioni del Museo lo scorso maggio.

Il catalogo, a cura di Gabriella Belli ed Elisabetta Barisoni, presenta le opere della collezione Chiara e Francesco Carraro concesse in comodato a lungo termine a Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna. Presentati lo scorso 9 maggio, in occasione della 57° Biennale Arti Visive, ed entrati a fare parte del percorso espositivo del Museo, gli ottantadue capolavori che la Fondazione Carraro ha destinato a Ca’ Pesaro sono accompagnati da singole schede bibliografiche, redatte da Franco Deboni (per Il vetro di Murano), Maria Paola Maino (per Gli arredi), da Valerio Terraroli e Stefania Cretella (per La pittura) e da un ricco apparato iconografico. Edito nel giugno 2017 da Magonza editore, il catalogo raccoglie anche i testi critici di Giulio Alessandri, Gabriella Belli, Chiara Carraro, Mariacristina Gribaudi, Antonio Homem, Lars Rachen, Pierre Rosenberg.

La Galleria Internazionale d’Arte Moderna celebra, in occasione della 57° Biennale Arti Visive, l’importante arrivo in comodato a lungo termine della collezione di Chiara e Francesco Carraro. Venezia è sempre stata all’origine del sentimento che ha animato Chiara e Francesco Carraro durante la loro vita insieme e ha rappresentato, al contempo, una potente fonte di ispirazione per il collezionismo che li ha accompagnati in un percorso di oltre trent’anni.

La Galleria Internazionale d’Arte Moderna è il luogo eletto, che loro hanno scelto per condividere una grande passione e dare al pubblico la possibilità di fare un viaggio, unico e affascinante, attraverso i capolavori di De Chirico, Morandi, Donghi, De Dominicis, Severini, Martini, Wildt, Tofanari, Quarti e Bugatti, e ancora Zecchin, Bellotto, Barovier, Stella, Martinuzzi, Bianconi, Seguso, Scarpa. Lo sguardo sul ‘900 è quello dei collezionisti Chiara e Francesco Carraro, che negli anni hanno saputo riconoscere, rincorrere e alla fine trovare i maestri e le opere che potessero completare la loro personalissima visione dell’arte.

Lo sguardo è anche quello dei visitatori di Ca’ Pesaro, che dal 9 maggio potranno cogliere, in una visione d’insieme, al contempo coerente e intensa, oltre mezzo secolo di produzione artistica, dalle arti decorative alla scultura, dalla pittura all’arte vetraria, secondo una prospettiva unica, che è quella del collezionista, ma anche privilegiata, perché ogni pezzo racconta una storia a sé e rappresenta un momento straordinario nel percorso artistico del ‘900. Le due sale dedicate alla collezione aprono con le suggestioni delle arti decorative d’inizio secolo e le rare creazioni di arredamento realizzate dal poliedrico ebanista Carlo Bugatti.

«Il tavolo tondo in legno rivestito in pergamena dipinta con libellule e racemi di colore rosso e oro e rame sbalzato è posto al centro della Sala di conversazione che Carlo Bugatti espone a Torino alla Prima esposizione internazionale di arte decorativa moderna nel 1902. Sedie e divani formano un complesso gioco di curve e di ellissi che rappresentano una forma originale di Art nouveau, ma il dinamico moto roteante dell’insieme si può considerare una premonizione del futurismo. L’ambiente detto anche Sala della chiocciola fa parte delle ultime straordinarie prove di Bugatti mobiliere»(M. P. Maino).

Al tavolo Bugatti è affiancato l’articolato salotto di un altro grande ebanista, Eugenio Quarti, su modello di quello esposto alla Prima Mostra Universale tenuta a Parigi nel 1900 e alla Prima esposizione internazionale di arte decorativa moderna di Torino nel 1902.

«Il salotto composto di tre mobili, un tavolo, due poltrone, un divano e due sedie rappresenta l’eccellenza dello stile Liberty Italiano e l’estrema raffinatezza ideativa e esecutiva del suo autore. I mobili sono ricchi di intarsi metallici e madreperlacei, di inserti floreali in bronzo su legni pregiati come il cedro, il tek, l’acero e l’acacia a volte tinti, (tracce di colore verde si trovano in una delle consolle)» (M. P. Maino).

I capolavori del Liberty italiano sono circondati dai pezzi più strepitosi di arte vetraria collezionati da Chiara e Francesco nel corso degli anni. Una “collezione nella collezione” che fa della raccolta Carraro un unicum non solo in Europa ma a livello internazionale. Campione di questa prima sezione è sicuramente il veneziano Vittorio Zecchin, che costituisce il trait d’union non solo tra le diverse arti, pittura, scultura, vetro e decorazione, ma lega a doppio filo la vicenda della collezione Carraro alle mostre capesarine di inizio ‘900.

Al 1914 risale uno dei pezzi più preziosi che entrano oggi nelle collezioni del Museo, un vaso a murrine policrome ad anelli concentrici, formanti decori geometrici.

«Con il supporto di Barovier, egli riesce a creare delle nuove murrine dalle incrostazioni concentriche, colorate dai più preziosi colori, ma ecco la descrizione che ne dà egli stesso, con la sua prosa poetica: le belle murrine, ricche di tanti bei colori, come la mia laguna, come il mio mare, come il mio cielo, come San Marco, come il fuoco delle nostre fornaci. Che felicità poter trasformare il vetro in tante pietre preziose, più belle di quelle degli orefici, più belle degli occhi delle donne d’Oriente»(F. Deboni).

Intorno al 1918 Zecchin realizza alcuni vasi dalle forme più semplici, con decori in oro e smalti, ispirati dalla sua coeva produzione pittorica e decorativa, e li espone alla mostra di Ca’ Pesaro del 1919. Tra questi è presente l’opera Il levar del sole, che con tutta probabilità si può identificare nel pezzo della raccolta Carraro e che ritorna quindi, dopo quasi un secolo, nella sede dove è stato esposto per la prima volta. Tra i capolavori acquisiti dai due collezionisti nel corso degli anni, vi sono numerosi esemplari unici di vasi monumentali, come quello in vetro satinato e traforato a getto di sabbia, decorato con scene di caccia, realizzato da Zecchin in collaborazione con S.A.L.I.R. intorno al 1935.

«E’ interessante notare come il decoro di questo vaso richiami i motivi tipici di ricami e merletti, che per anni rappresentarono uno dei campi di maggiore attività di Vittorio Zecchin: questa similitudine è particolarmente accentuata dal lavoro di traforo della parete vetrosa, e che ricalca in pieno la struttura dei merletti al tombolo, tipici di alcune creazioni dell’artista veneziano, che tanto successo ebbero all’epoca, e che vennero presentate alle Biennali Veneziane dei primi anni ’30»(F. Deboni).

Alle creazioni del poliedrico artista muranese sono affiancati alcuni pezzi unici realizzati in ferro e vetro da Umberto Bellotto e artisti Barovier negli anni Venti, lavori che larga eco ebbero nelle esposizioni di arte decorative del decennio, suscitando ampie critiche e illustri estimatori.

La collezione Carraro si può leggere come un affascinante viaggio nel ‘900 e, allo stesso tempo, come un’intima narrazione delle vicende dell’arte vetraria. Nel 1925 la direzione artistica di Venini passa da Zecchina Napoleone Martinuzzi, di cui sono esposti alcuni preziosi esemplari in vetro pulegoso.«A lui si deve la realizzazione di uno dei materiali più rivoluzionari della storia del vetro del XX secolo: il “pulegoso”, sfruttando quello che originariamente veniva considerato un difetto di fabbricazione, cioè la formazione di bolle d’aria nella materia vetrosa, egli lo enfatizzò, introducendo nel vetro fuso una materia volatile, che per effetto del calore, trasformava il vetro in una massa spugnosa, compatta e opaca» (F. Deboni). Insieme ai vetri storici, sono esposti alcuni capolavori assoluti di scultura, come Parsifal o Il puro folle di Adolfo Wildt.

«L’opera, commissionata il 7 gennaio 1930 (data del contratto) dal banchiere Leo Goldschmiedt per la propria villa di Bellagio sul lago di Como, doveva essere realizzata con un’altezza di sei metri per dominare uno specchio d’acqua nel giardino digradante verso la riva. Oggettive difficoltà finanziare impedirono il compimento della fusione, ma il gesso colossale venne presentato alla Quadriennale di Roma nel 1931 suscitando molte critiche, rientrato a Milano (ma Wildt era già morto) il grande modello in gesso venne distrutto durante i bombardamenti del 1943 […].Del Parsifal, ispirato al leggendario eroe wagneriano, ma mutuando la propria forma serpentina dai modelli manieristi di Giambologna e Pontormo, come dalla scultura barocca, e che, citando il monumentale Sant’Ambrogio (1928),schiaccia le serpi utilizzando la coppa del Santo Graal su cui poggia il piede destro, ne furono fusi due esemplari in bronzo a grandezza naturale: uno per il committente ed uno per lo scultore, uno passato alla collezione Gian Ferrari e ora del FAI Fondo Ambiente Italiano, l’altro entrato nella collezione Carraro» (V. Terraroli).

Chiudono la prima sala alcune celebri tele di Antonio Donghi, protagonista del realismo magico romano, tra cui il capolavoro Le Villeggianti del 1934, e il dipinto La notte di Pericle realizzato da Giorgio De Chirico nel 1926, opera che appartiene ad una fase di transizione dell’artista,

«durante la quale molti degli elementi caratteristici della prima fase metafisica vengono riletti attraverso una maggiore leggerezza inventiva e resi mediante una nuova concezione cromatica, anticipando il più marcato classicismo rilevabile nelle opere della fine degli anni Venti e del decennio successivo» (S. Cretella).

Nella seconda sala si svolge invece la parte più moderna della collezione di Chiara e Francesco Carraro, raccontata attraverso gli splendidi oggetti in vetro realizzati da Carlo Scarpa negli anni Trenta e Quaranta e le serie create da Fulvio Bianconi e da Archimede Seguso. Alle pareti fanno da contraltare due capolavori maturi di Giorgio Morandi e un raro dipinto ad olio di Gino De Dominicis.

Nello spazio si articolano due celebri sculture di Arturo Martini, Il bevitore e La Pisana, lavori che completano un rinnovato e davvero eccezionale sguardo sul secolo scorso.

«L’opera appartiene alla fase di sperimentazione di Arturo Martini intorno all’idea di realizzare grandi sculture in terracotta ed è per questo che per Il bevitore utilizza ancora il metodo di approntare un modello in creta, poi uno stampo in gesso da cui ricavare alcuni esemplari seguendo la metodologia produttiva delle ceramiche in serie. […] Prova generale, insieme a La Pisana, delle grandi sculture in terracotta, pezzi unici, che inizia a modellare nel 1929, di Il bevitore esistono due esemplari: uno passato da Mario Labò alla collezione Jesi, ora nella Pinacoteca di Brera a Milano, l’altro, originariamente nella collezione Basile di Albisola, è ora nella collezione Carraro» (V. Terraroli).

L’inedita e spettacolare pittura murale di Gino Severini, realizzata nel 1957 e nota col nome Polittico Garagnani, chiude le due sale dedicate alla collezione Carraro.

«Il cosiddetto “Polittico” Garagnani deve il suo nome all’omonima autorimessa romana nella quale Severini realizzò un monumentale pannello decorativo, eseguito su una superficie acalce rasata e dipinto in parte a fresco e in parte a secco con rifiniture a tempera. Nel corso degli anni Settanta, l’autorimessa venne demolita, il dipinto murale rimosso e venduto, entrando a far parte della collezione Carraro. Da quel momento, il polittico è stato conservato in un deposito, non è mai stato esposto in occasione di mostre o eventi pubblici ed era noto solo attraverso la riproduzione fotografica in bianco e nero pubblicata nel catalogo ragionato delle opere dell’artista, curato da Daniela Fonti» (S. Cretella).

In occasione dell’allestimento a Ca’ Pesaro, la maestosa pittura murale di Severini è stata restaurata dalla Fondazione Chiara e Francesco Carraro, con un intervento che ha permesso di indagare il metodo di realizzazione e anche le successive fasi di stacco e conservazione della superficie dipinta, contribuendo così ad aggiungere un importante e inedito tassello alla storia della produzione artistica del XX secolo.